L’avviso che sta circolando è in larga parte falso e formulato in modo allarmistico, anche se prende spunto da una funzione realmente esistente di WhatsApp: la “Privacy avanzata della chat”. La distinzione è importante, soprattutto per gruppi professionali nei quali circolano dati personali, giudiziari o comunque riservati.
1. La frase «da sabato l’IA avrà accesso a tutte le chat» è falsa.
Non risulta alcun meccanismo per cui Meta AI, a partire da un determinato sabato, acquisisca automaticamente accesso a tutte le conversazioni WhatsApp.
WhatsApp afferma espressamente che i messaggi personali, tanto nelle conversazioni individuali quanto nei gruppi, restano protetti dalla crittografia end-to-end e non possono essere letti da WhatsApp o Meta
Anche la documentazione specifica sull’intelligenza artificiale chiarisce che Meta AI non accede indiscriminatamente alle conversazioni personali. L’interazione con l’AI deve essere attivata dall’utente o da un partecipante alla conversazione.
Quindi l’affermazione:
«l’IA sarà disponibile su WhatsApp e avrà accesso a tutte le chat»
confonde due circostanze completamente diverse: la presenza di funzioni AI nell’applicazione e l’accesso dell’AI al contenuto delle conversazioni.
Sono cose giuridicamente e tecnicamente differenti.
2. La funzione “Privacy avanzata della chat” esiste davvero.
Qui la catena contiene un elemento vero.
WhatsApp ha introdotto la funzione Advanced Chat Privacy il 23 aprile 2025. Quando è attivata in una conversazione o in un gruppo, impedisce o limita alcune modalità con cui i contenuti possono uscire dalla chat. In particolare, secondo WhatsApp, impedisce l’esportazione della chat, il salvataggio automatico dei media e l’utilizzo dei messaggi per determinate funzionalità AI.
Pertanto è corretto dire che attivarla aumenta la protezione della conversazione.
È invece scorretto sostenere che sia necessario attivarla perché, diversamente, «Meta AI leggerà automaticamente la chat».
Sono due affermazioni molto diverse.
3. Cosa succede realmente con Meta AI.
Quando un utente decide volontariamente di interagire con Meta AI, ciò che viene inviato all’AI può essere elaborato dal sistema. WhatsApp raccomanda infatti di non inviare a Meta AI informazioni che non si desidera vengano conosciute o trattate dal servizio.
WhatsApp ha inoltre sviluppato la tecnologia denominata Private Processing, destinata a consentire alcune funzioni, come la sintesi dei messaggi, mediante un ambiente di elaborazione che, secondo la documentazione tecnica di Meta, impedisce a Meta e WhatsApp di accedere direttamente ai contenuti elaborati. L’attivazione di tali funzioni deve essere volontaria.
Questa è probabilmente l’origine della confusione della catena: la Privacy avanzata permette anche di escludere per quella conversazione alcune funzionalità AI, comprese determinate possibilità di coinvolgere Meta AI o utilizzare funzioni di sintesi.
Ma non perché Meta AI stia normalmente “spiando” quella conversazione.
4. È falsa anche l’affermazione sull’accesso «ai dati personali presenti sul telefono».
Non vi è alcuna base nelle informazioni ufficiali per affermare che, non attivando la Privacy avanzata della chat, Meta AI possa improvvisamente accedere alla memoria del telefono, leggere altre chat private, estrarre documenti dal dispositivo o consultare indiscriminatamente i dati personali memorizzati nello smartphone.
Le autorizzazioni dell’applicazione sul dispositivo rimangono disciplinate dalle autorizzazioni Android/iOS e dalle funzioni specificamente attivate dall’utente. La stessa informativa privacy SEE di WhatsApp distingue chiaramente, per esempio, l’accesso alla posizione precisa, che richiede una specifica autorizzazione del dispositivo.
La catena crea, quindi, un collegamento tecnico inesistente: Privacy avanzata disattivata ≠ accesso di Meta AI al telefono.
5. Anche la questione dei numeri telefonici è descritta male.
Qui serve una precisazione più sofisticata.
WhatsApp, come gestore del servizio, conosce necessariamente alcuni metadati, tra cui i numeri associati ai membri dei gruppi, perché deve sapere a quali account consegnare i messaggi. WhatsApp lo dichiara espressamente.
Questo però non significa che Meta AI possa leggere quei numeri perché la Privacy avanzata non è stata attivata.
La catena sovrappone tre livelli distinti: WhatsApp come infrastruttura → metadati necessari al funzionamento del servizio; contenuto delle chat → crittografia end-to-end; Meta AI → funzionalità specifiche attivate volontariamente dall’utente.
Questa distinzione è essenziale anche sotto il profilo GDPR.
6. Non è vero, in termini assoluti, che «solo gli amministratori possono attivarla».
La documentazione WhatsApp indica che, normalmente, chiunque partecipi alla chat può modificare questa impostazione.
Nei gruppi, tuttavia, l’amministratore può configurare le autorizzazioni in modo da riservare agli amministratori la possibilità di modificare determinate impostazioni.
Anche questa parte della catena è quindi imprecisa.
7. La valutazione sotto il profilo della privacy.
Per un normale gruppo familiare o di amici non vedo ragioni per diffondere il messaggio nella forma ricevuta.
Per un gruppo professionale, invece, consiglierei comunque di attivare la Privacy avanzata. Non perché altrimenti «l’AI legga tutto», ma perché costituisce una misura supplementare di minimizzazione del rischio. Nei gruppi nei quali possano circolare dati relativi a clienti, procedimenti giudiziari, salute, condanne penali, documentazione processuale o informazioni coperte dal segreto professionale, la corretta regola organizzativa dovrebbe essere più rigorosa Privacy avanzata attiva + divieto organizzativo di sottoporre ad AI contenuti del gruppo senza preventiva verifica della liceità del trattamento.
L’attivazione dell’opzione, infatti, non sostituisce gli obblighi derivanti dal GDPR né quelli deontologici relativi al segreto professionale.
È semplicemente un ulteriore presidio tecnico.
8. Un testo corretto da inoltrare al posto della catena.
Sta circolando un messaggio secondo cui Meta AI avrebbe automaticamente accesso a tutte le chat WhatsApp se gli amministratori non attivano la “Privacy avanzata della chat”.
L’informazione, formulata in questi termini, non è corretta.
I messaggi personali e quelli dei gruppi WhatsApp continuano a essere protetti dalla crittografia end-to-end. Meta AI non acquisisce automaticamente accesso a tutte le conversazioni, né la mancata attivazione della Privacy avanzata consente all’AI di leggere le altre chat o i dati presenti sul telefono.
La funzione “Privacy avanzata della chat” esiste realmente ed è comunque utile: limita l’esportazione delle conversazioni, il download automatico dei contenuti e l’utilizzo dei messaggi per alcune funzionalità di intelligenza artificiale.
Per gruppi nei quali vengono trattati dati riservati o professionali è quindi prudente attivarla, ma per ragioni di maggiore sicurezza e riservatezza, non perché in sua assenza Meta AI possa automaticamente “spiare” le conversazioni.
La regola più importante rimane un’altra: non inserire né condividere volontariamente con strumenti di IA dati personali o riservati senza avere prima verificato se tale trattamento sia appropriato e lecito.
Conclusione. Definirei quella ricevuta una catena disinformativa costruita attorno a un elemento reale. La funzione esiste e può essere opportuno attivarla; sono invece false o fortemente fuorvianti le affermazioni circa l’accesso automatico dell’AI a tutte le chat, ai numeri telefonici e ai dati presenti sul dispositivo.
Gianluca Liut
Avvocato
Foro di Padova
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