L’identità dell’Avvocato familiarista tra formazione specifica, metodo di lavoro e nuove frontiere di tutela. Ruolo e importanza delle associazioni specialistiche in diritto di famiglia.
Dalla ormai remota rivoluzione copernicana della legge 151/1975 fino alla riforma Cartabia (D.Lgs. 149/2022) la famiglia ha cambiato progressivamente volto, o —più propriamente— ha assunto una variegata molteplicità di volti, in coerenza con i profondi cambiamenti che hanno interessato la società moderna. Se l’art. 29 della Costituzione recita ancora come nel 1948 “La famiglia è una società naturale fondata sul matrimonio”, definizione statuente un limite in astratto non oltrepassabile, la realtà delle cose è molto più complessa e articolata.
Gli interventi del legislatore, anche epocali (la L. 54/2006, sull’affidamento condiviso; la L. 219/2012 e il D.Lgs. 154/2013 sulla parificazione tra i figli nati nel matrimonio e quelli nati da unioni non matrimoniali; la L. 76/2016 sulle unioni civili, la L. 219/2017 cd. “Dopo di noi” sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento), non sono identificabili come la realizzazione di un progetto normativo evolutivo e lineare, ma spesso come la —talora disorganica e tardiva— rincorsa per tenere il passo con le fonti convenzionali internazionali (si pensi alla Convention on the Rights of the Child approvata nel 1989, e ratificata dall’Italia già con L. 176/1991 ma per lungo tempo mai tradotta in una riforma concreta in materia di filiazione) e soprattutto alle decisioni nelle aule di giustizia.
È innegabile, infatti, che sia stata la giurisprudenza a segnare la via per un cambiamento radicale e a garantire tutela ai diritti declinati secondo prospettive ampie e diverse in uno spettro sempre più dilatato in coerenza alle evoluzioni sociali e alle nuove esigenze delle persone, divenute nel tempo sempre più urgenti e clamorosamente assenti nell’agenda del Parlamento e dei vari Governi che negli anni si sono succeduti.
Con un fil rouge tra corti interne e corti internazionali, in ossequio a principi fondamentali come quello dell’uguaglianza tra i sessi, l’interesse superiore del minore, la tutela dell’individuo anche sotto il profilo delle diverse affettività, la —non illimitata ma ampia— libertà di scelta consapevole in ambito sanitario in relazione all’inizio e al fine vita, gli interventi sono stati molteplici.
In via non esaustiva, ricordiamo come la Corte Costituzionale con sentenza 131/2022 abbia negato la necessaria automatica attribuzione del patronimico ai figli, laddove la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo già nel 2014 aveva condannato l’Italia per discriminazione sulla base del sesso e per violazione degli artt. 14 e 8 CEDU; e ancora come la nota sentenza Oliari + altri vs Italia abbia portato all’approvazione della L.76/2016 sulle unioni omoaffettive; ricordiamo la progressiva demolizione per illegittimità costituzionale della L. 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita; la sentenza 148/2024 che ha sancito l’inclusione dei conviventi di fatto nell’impresa familiare; la sentenza 33/2025 che ha aperto all’adozione internazionale per le persone single intervenendo sulla L. 184/1983; la sentenza 68/2025 che ha riconosciuto il diritto alla doppia maternità nei casi di PMA all’estero; la sentenza 7/2026 con cui ha sancito che la sospensione della prescrizione tra coniugi si applica anche ai conviventi di fatto.
Nel tempo, dunque, da una concezione estremamente rigida della famiglia, quasi un dagherrotipo d’antan o un ritratto istituzionale della tradizione pittorica, si è progressivamente passati a una concezione molto più flessibile, più affine all’idea di famiglia come luogo di affetti e solidarietà, come nell’intuizione di Antonio Gramsci.
E in questa successione di passi segnata dagli arresti giurisprudenziali, poiché le questioni di diritto approdano sulle scrivanie dei giudici tramite gli atti dei difensori processuali, non può essere ignorata la centralità del ruolo dell’avvocatura della famiglia, del professionista esperto in una materia in continua evoluzione, visionario e coraggioso, consapevole della necessità di andare oltre la frontiera del problema giuridico verso orizzonti di tutele sempre nuove e sempre più concrete.
L’Avvocatura moderna. Ruolo e funzione dell’avvocato familiarista.
L’Avvocatura italiana ed europea tutta ha subito negli anni un profondo cambiamento nella propria identità, stretta tra l’urgenza di acquisire nuove competenze tecniche e digitali, la necessità di stare al passo con trasformazioni sociali e di costume sempre più vorticose, il dialogo indispensabile con un’etica giuridica in prospettiva dialettica.
Consapevole della responsabilità che comporta l’essere, più che uno snodo, il terminale di prossimità della filiera giustizia, l’avvocato che si interroghi sul proprio ruolo sociale trova una interessante risposta nel Preambolo (art. 1) del Codice deontologico approvato nel lontano 1988 dal Consiglio degli Ordini Forensi d’Europa (CCBE — Conseil des barreaux européens), laddove è introdotto il concetto che tra i doveri dell’avvocato, oltre a quello di esecuzione del mandato professionale, rientri anche un dovere più ampio come tutore dei diritti dell’uomo nei confronti della società tutta in termini di contributo alla buona amministrazione della giustizia, la funzione del legale costituendo «condizione essenziale dello Stato di diritto e di una società democratica». (1)
In tale contesto, vi sono specifiche peculiarità che contribuiscono a definire l’identità dell’avvocato familiarista contemporaneo.
Se in altri settori del diritto il professionista è chiamato essenzialmente a risolvere problemi giuridici e a tutelare diritti lesi, l’avvocato della famiglia, oltre a dover affrontare un groviglio spesso inestricabile di aspetti tecnici sia civilistici che penalistici, è un giurista che prioritariamente deve focalizzare il proprio intervento sulle relazioni umane, sugli aspetti più intimi e delicati della vita, sulla dignità delle persone, in una speciale e unica congiuntura in cui il diritto incontra le emozioni.
Perché il fascicolo processuale racconta soltanto una parte della storia.
La vera vicenda, quella umana, parla spesso un linguaggio diverso da quello giuridico, fatto di rivendicazioni, di rancore, di istanze di risarcimento —anche esclusivamente in via irrealizzabilmente simbolica— del dolore generato dal torto, reale o percepito che sia, subìto.
Il difficile compito dell’avvocato familiarista è proprio quello di creare il più possibile un argine al conflitto, senza acuirlo o esacerbarlo divenendone inopportunamente veicolo tanto in ambito stragiudiziale che giudiziale, nella consapevolezza che il processo di famiglia si distingue dagli altri non solo in ragione del rito speciale, ma perché essenzialmente è un processo senza vincitori e in cui quantomeno nella maggior parte dei casi l’interesse da tutelare non è quello immediato delle parti in lite, ma quello mediato —e preminente— dei minori coinvolti.
Scopo essenziale diviene quello, allora, di ristabilire un equilibrio il più possibile soddisfacente nel mutato assetto delle relazioni familiari scomposte dalla crisi, con il duplice obiettivo di salvaguardare le posizioni soggettive e al contempo conservare un rapporto tra le parti improntato a civiltà e all’effettiva condivisione per il miglior esercizio possibile dei diritti e dei doveri reciproci e soprattutto avuto riguardo ai figli, ove presenti.
Per tali molteplici ordini di motivazioni, l’avvocato familiarista che affronti con senso di responsabilità il proprio impegnativo compito di approntare una difesa adeguata ed efficace non sono sufficienti gli strumenti del Collega civilista o penalista puro, necessita non solo di una formazione specialistica e di competenze specifiche, ma soprattutto deve servirsi di un metodo di
lavoro peculiare.
L’ascolto, prima di tutto.
Se la capacità di ascolto è una qualità utile in ogni professione, per l’avvocato di famiglia è una vera e propria competenza tecnica.
Saper ascoltare prima di parlare.
Comprendere prima di consigliare.
Decifrare prima di agire.
L’ascolto diventa così uno strumento di indagine giuridica.
L’assistito deve poter esprimere liberamente e compiutamente le proprie emozioni ed il proprio vissuto, ma le neuroscienze e la psicologia della comunicazione insegnano che le persone sottoposte a forti livelli di stress emotivo tendono a ridurre la capacità di elaborazione razionale delle informazioni e, conseguentemente le decisioni umane non sono sempre logiche.
Chi si rivolge a un avvocato familiarista spesso si trova proprio in questa condizione.
Motivo per il quale il professionista deve avocare a sé non soltanto il corretto inquadramento della fattispecie giuridica, ma anche la rigorosa analisi tecnica che porti alla selezione di ciò che può (e deve) trovare ingresso nel giudizio e quello che deve esserne estromesso, perché inconferente rispetto alla funzione risolutiva della giurisdizione, perché ritorsivo, perché addirittura controproducente.
Senza condizionamenti e senza coinvolgimenti emotivi.
Empatia, non identificazione: la giusta distanza.
Professionalità dell’avvocato familiarista è anche nella sua capacità di non farsi manipolare dal proprio cliente, e nell’evitare di identificarsi con il dolore del cliente.
L’empatia è necessaria.
Ma il coinvolgimento emotivo eccessivo può essere dannoso, mentre il giusto distacco non è un pregiudizio ma una risorsa, perché consente di mantenere una posizione di equilibrio, per quanto complesso: comprendere la sofferenza, ma evitare di esserne travolto; mantenere lucidità decisionale e fornire consigli oggettivi anche quando possono risultare sgraditi.
L’avvocato familiarista non è uno psicologo.
Non è un terapeuta.
Non è un amico.
È un professionista chiamato a trasformare un momento di crisi in un percorso di tutela giuridica efficace.
Multidisciplinarietà, non sovrapposizioni.
L’avvocato familiarista non può limitarsi alla conoscenza delle norme, ma deve conseguire una competenza multidisciplinare e saper lavorare in rete o comunque rapportarsi con professionisti diversi. Ma un conto è la contaminazione di saperi diversi, altro sarebbe invece una sovrapposizione inopportuna e improficua tra diverse professionalità che rischierebbe solo di generare confusione.
Il conflitto nelle crisi familiari non è una guerra da vincere.
Se ordinariamente la tutela di una posizione soggettiva ha come necessario contraltare la soccombenza della parte avversaria, nel diritto di famiglia un’impostazione difensiva impostata sulla prevaricazione è sempre controproducente tanto in funzione strettamente connessa all’esito del giudizio, tanto in via sostanziale: da un lato, infatti, l’azione conflittuale è sintomatica di un disequilibrio che si traduce, ove siano coinvolti minori, in riserve da parte del giudice in merito alla capacità genitoriale della parte; dall’altro, se il processo diviene l’ennesimo campo di battaglia, sarà molto difficile che successivamente alla definizione dello stesso e a prescindere dalla decisione le armi vengano deposte, e ciò comunque a discapito dei figli, ove presenti.
L’avvocato familiarista deve quindi sviluppare una particolare capacità strategica: comprendere quando sia inevitabile adottare una strategia belligerante e quando invece sia preferibile costruire un buon accordo.
Non si tratta di debolezza, ma di concretezza.
Nei procedimenti di diritto di famiglia la migliore vittoria non è quella ottenuta in aula, ma quella che consente alle persone di uscire dal conflitto con il minor danno possibile, e con risorse idonee a gestire la relazione in modo costruttivo nel tempo a venire.
Il ruolo delle Associazioni specialistiche.
Le associazioni specilistiche costituiscono espressione di un’avvocatura di settore che, con attenzione e sensibilità, pone al centro della propria ragion d’essere la specifica identità dell’avvocato della famiglia e la peculiarità del suo operare, per sostenerne e promuoverne la riconoscibilità, in termini sociali e culturali, per forma mentis, metodo di lavoro e nondimeno per l’adozione di un codice etico del tutto singolari; oltre all’essenzialità delle relazioni, del confronto e del dialogo tra professionisti che di necessità condividono un approccio alla materia e una condotta che va anche oltre le norme deontologiche. Perché l’autentico avvocato familiarista è consapevole che il Collega di controparte non è —o quantomeno non dovrebbe essere— un avversario tout court, ma il detentore di un’altra prospettiva che va ad integrare l’indispensabile visione stereoscopica della realtà delle vicende che interessano la vita delle persone. Ossia ciò che in termini di sintesi si avvicina maggiormente alla verità, pur nella consapevolezza della labilità del concetto quando applicato alle relazioni umane. Ma soprattutto ciò che costituirà il materiale complessivo su cui, in difetto di accordo tra le parti in lite, il giudice sarà chiamato ad esprimere una decisione che potrebbe risultare particolarmente severa, laddove l’arroccarsi dell’assistito e del difensore processuale su posizioni di mero principio o comunque miopi e irragionevolmente partigiane (non è raro addirittura in termini di identificazione difensore-assistito), l’assunzione di un atteggiamento processuale che ricalca pedissequamente il conflitto privato anche nel linguaggio degli scritti difensivi, rischia di essere interpretato —e sanzionato, le norme di rito espressamente oggi prevedendolo— come malafede sostanziale e processuale.
Con esiti infausti anche quanto alla realizzazione del diritto preteso.
L’avvocato familiarista come costruttore di futuro.
Nella progressiva evoluzione, come si è visto, dalla famiglia come unica, matrimoniale e istituzione essenzialmente di rilievo pubblicistico alla pluralità delle famiglie e al progressivo espandersi della dimensione privata anche in tale ambito, tant’è vero che oggi si parla di una vera e propria progressiva privatizzazione delle relazioni familiari destinata con ogni probabilità ad ampliarsi negli anni a venire, la vera differenza tra l’avvocato familiarista e gli altri professionisti del diritto risiede probabilmente proprio nella prospettiva.
Sotto un duplice aspetto.
In primo luogo, in termini più strettamente giuridici, mentre altri settori si occupano prevalentemente del passato —ciò che è accaduto, ciò che è stato violato, ciò che deve essere risarcito— il diritto di famiglia guarda inevitabilmente al futuro. L’avvocato familiarista non è soltanto il difensore di un diritto, ma un pioniere alla ricerca di nuove frontiere di tutela delle persone, e in particolar modo delle fragilità.
Ma non solo: l’avvocato della famiglia è anche il professionista che deve assolvere al difficile compito di aiutare le persone a progettare una nuova fase della propria vita quando quella precedente si è interrotta, per lo più dolorosamente.
Ed è proprio questa responsabilità, quasi da visionario architetto delle relazioni, che rende il diritto di famiglia una delle discipline più complesse ma al tempo stesso più umane dell’intera professione forense. Una disciplina l’esercizio della quale impone di coniugare il rigore che si conviene a un ruolo così delicato —anche sotto il profilo del rispetto di norme deontologiche specifiche e particolarmente draconiane— con la flessibilità, l’apertura mentale e la sensibilità che si rendono necessarie in ragione del continuo e incessante mutamento della società odierna significativamente in ordine alla vita delle persone e ai diritti umani.
Ilaria Giraldo
Avvocata
Foro di Padova
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(1)_«Art. 1 (Preambolo) 1.1. La funzione dell’avvocato. In una società fondata sul rispetto della giustizia, l’avvocato svolge un ruolo di primo piano. Il suo compito non si limita al fedele adempimento di un mandato nell’ambito della legge. L’avvocato deve garantire il rispetto dello Stato di Diritto e gli interessi di coloro di cui difende i diritti e le libertà. L’avvocato ha il dovere non solo di difendere la causa del proprio cliente ma anche di essere il suo consigliere. Il rispetto della funzione professionale dell’avvocato è una condizione essenziale dello Stato di diritto e di una società democratica. La funzione dell’avvocato gli impone vari doveri e obblighi (a volte, apparentemente, tra loro contraddittori), verso: il cliente; i giudici e le altre autorità innanzi alle quali l’avvocato assiste o rappresenta il cliente; l’avvocatura in generale e ogni collega in particolare; il pubblico, per il quale una professione liberale e indipendente, legata al rispetto delle regole che essa stessa si è data, rappresenta uno strumento fondamentale per la salvaguardia dei diritti dell’uomo nei confronti dello Stato e degli altri poteri nella società».




