La chiesa di San Giovanni Evangelista di Portogruaro è chiusa. Ma una chiesa chiusa non è mai soltanto una porta serrata. È una parte della città che smette di parlare.
Portogruaro, Città Metropolitana di Venezia, Veneto Orientale, al confine con il Friuli Venezia Giulia. Di fondazione medievale (1140), sviluppatasi lungo le sponde del fiume Lemene, nel Cinquecento è tra le città più popolose della Patria del Friuli, lo Stato autonomo nato nel 1077 quando l’imperatore Enrico IV concesse al Patriarca di Aquileia il potere temporale. Oggi conta circa 25mila abitanti.
La Chiesa di San Giovanni Evangelista di Portogruaro è oggi al centro di una vicenda che merita attenzione, rigore e responsabilità. Non si tratta soltanto di un edificio religioso. Non si tratta soltanto di un bene antico. Non si tratta soltanto di una chiesa di borgo. San Giovanni è un luogo della memoria urbana di Portogruaro. È una soglia storica. È uno spazio nel quale si sono sedimentati culto, arte, assistenza, devozione popolare, identità civica e storia istituzionale.
Oggi quella viva testimonianza è ammalata. Le cronache locali riferiscono di infiltrazioni al tetto, di una fessura ampia, di condizioni tali da rendere l’edificio non sicuro per l’incolumità dei fedeli. Si parla di mobilitazione civica, di raccolta firme, di intervento del FAI, di richiesta di un progetto per il recupero della copertura.
Tutto giusto. Ma non basta.
Quando un bene culturale si deteriora, la prima reazione non può essere soltanto emotiva (“Che dispiacere!”). L’approccio deve essere documentale, tecnico, giuridico e istituzionale.
La domanda deve essere “Chi deve agire, con quali poteri, cosa deve essere fatto, con quali risorse, con quali vincoli e con quale responsabilità?”.
1_Di chi è la chiesa?
Quando si varca la porta di ingresso di una chiesa si pensa che l’edificio sia aperto a tutti. Lo si potrebbe pensare anche di San Giovanni. Ma la chiesa non è di tutti. San Giovanni Evangelista, contigua all’ex Ospedale Vecchio di San Tommaso dei Battuti, risulta essere di proprietà dell’ASL 4 Veneto Orientale. Non appartiene alla Parrocchia di Sant’Andrea Apostolo. Non appartiene alla Diocesi di Concordia-Pordenone. La Parrocchia ne avrebbe avuto l’uso in forza di un comodato o di una convenzione con l’ente proprietario.
Questo dato è di assoluta rilevanza. Se la Parrocchia non ne è proprietaria, non può essere trattata come se avesse pieni poteri di intervento. Può custodire la vita religiosa del luogo, può rappresentarne la continuità pastorale, può farsi parte attiva nella richiesta di riapertura. Ma non può, neppure volendo, sostituirsi al proprietario negli interventi strutturali, né assumere obblighi che non le competono, né decidere da sola il destino dell’immobile.
Al tempo stesso, se il proprietario è un ente pubblico, la chiesa non può essere considerata come un bene patrimoniale qualsiasi.
Questo è il punto. San Giovanni non è una stanza vuota. Non è un magazzino dismesso. Non è un cespite da mettere in ordine nei registri patrimoniali. È un bene che porta con sé una destinazione, una storia e un valore pubblico.
2_Il valore storico e artistico.
La storia della Chiesa di San Giovanni Evangelista risale al 1338, quando fu fondata per volontà di Giovanni Gladiol. Nel corso dei secoli passò ai Domenicani, fu ampliata e collegata a un convento, fu poi acquistata dal Comune di Portogruaro, affidata ai Servi di Maria e successivamente connessa alla storia dell’antico ospedale di San Tommaso dei Battuti.
È, dunque, un edificio che racconta la città molto più di quanto appaia a chi la guardi distrattamente dall’esterno.
La facciata in mattoni, il portale cinquecentesco del lapicida portogruarese Rinaldo, il rosone, gli affreschi riemersi durante i lavori del Novecento, la Cappella dell’Addolorata, la Madonna del latte in pietra d’Istria, la Madonna del Rosario, la pala d’altare di Leandro Dal Ponte, l’organo settecentesco di scuola veneta attribuito a Pietro Nacchini (secondo altri a Gaetano Callido). Tutto concorre a definire un bene complesso. Un bene fragile. Un bene che non può essere lasciato al caso. Gli affreschi cinquecenteschi, attribuiti all’ambito di Giovanni Antonio de’ Sacchis detto Il Pordenone o di Pomponio Amalteo, sono un patrimonio che richiede tutela tecnica, non semplice buona volontà. Le infiltrazioni non danneggiano soltanto un tetto. Possono compromettere apparati decorativi, superfici pittoriche, strutture lignee, murature, opere mobili, memoria.
Quando l’acqua entra in una chiesa antica, non bagna soltanto i muri. Cancella lentamente il tempo.
3_Il nodo della dismissione.
In questi anni il tema dell’ex Ospedale vecchio di Portogruaro è già comparso negli atti relativi a procedure di alienazione e valorizzazione immobiliare. Proprio per questo occorre evitare una confusione pericolosa: la Chiesa di San Giovanni non deve essere assorbita, senza adeguata istruttoria, nella logica generale della dismissione patrimoniale dell’ex compendio ospedaliero.
L’eventuale vendita di un bene di questo tipo non è un fatto neutro. Se la chiesa è bene culturale, o comunque bene sottoposto a verifica di interesse culturale, valgono regole precise: verifica, tutela, autorizzazioni, destinazione d’uso compatibile, conservazione, fruizione pubblica. Non basta dire “è di proprietà dell’ASL”. La proprietà pubblica non è un lasciapassare. È, al contrario, un aggravamento di responsabilità.
Il proprietario pubblico non gestisce solo un bene. Gestisce una fiducia. E quando il bene ha un valore storico, artistico, religioso e identitario, quella fiducia appartiene alla comunità.
4_Cosa deve essere fatto subito.
La prima cosa da fare non è organizzare un convegno. La prima cosa da fare è aprire i fascicoli. Servono gli atti. Servono la visura catastale storica, l’ispezione ipotecaria, i titoli di provenienza, la convenzione con la Parrocchia, gli atti con cui la Chiesa è entrata nel patrimonio dell’ente sanitario, le eventuali delibere di alienazione o valorizzazione, il fascicolo presso la Soprintendenza, la verifica dell’interesse culturale, le relazioni tecniche sullo stato della copertura e degli affreschi. Senza questi documenti ogni discussione resta debole.
Il primo dovere di chi vuole salvare San Giovanni è separare i fatti dalle impressioni. Non basta dire “La chiesa è importante”. Bisogna dimostrarlo. Non basta dire “Non deve essere venduta”. Bisogna verificare se può essere venduta, a quali condizioni, con quali autorizzazioni e con quali limiti. Non basta dire “La Parrocchia la deve sistemare”. Bisogna verificare se la Parrocchia ha titolo, poteri e obblighi per farlo. Non basta dire “L’ASL deve intervenire”. Bisogna formulare una richiesta giuridicamente fondata, tecnicamente sostenibile, amministrativamente percorribile.
5_La proposta: un Comitato operativo, non solo simbolico.
La mobilitazione dei cittadini è preziosa. Ma deve essere incanalata. Per questo la strada più solida è la costituzione di un Comitato per la salvaguardia della Chiesa di San Giovanni Evangelista. Non un comitato di protesta. Un comitato di responsabilità. Un soggetto capace di raccogliere adesioni, chiedere accesso agli atti, coinvolgere tecnici, dialogare con ASL 4 Veneto Orientale, Comune, Parrocchia, Diocesi, Regione, Soprintendenza e FAI. Un comitato che non si limiti a dire “no”, ma proponga un percorso.
Primo: accertamento documentale della proprietà e dei vincoli.
Secondo: sopralluogo tecnico urgente.
Terzo: relazione sullo stato conservativo.
Quarto: progetto di messa in sicurezza del tetto.
Quinto: piano di restauro degli apparati artistici.
Sesto: convenzione pluriennale tra A.S.L. 4 V.O., Parrocchia, Diocesi, Comune e Comitato.
Settimo: raccolta fondi vincolata, trasparente, rendicontata.
Ottavo: riapertura progressiva e controllata alla comunità.
Questa è la differenza tra indignazione e tutela.
L’indignazione consuma energia. La tutela costruisce risultati.
6_Una convenzione per salvare il bene.
La soluzione più ragionevole non è necessariamente la cessione a terzi. Anzi, in questa fase il trasferimento di titolarità rischierebbe di essere un atto incomprensibile se non preceduto da piena chiarezza sui vincoli, sulla destinazione d’uso e sugli obblighi di conservazione.
La soluzione più seria è una convenzione stabile. L’ASL resterebbe proprietaria, almeno nella prima fase. La Parrocchia manterrebbe la funzione religiosa e devozionale. Il Comune riconoscerebbe il valore civico e culturale del bene. La Soprintendenza presidierebbe tutela e autorizzazioni. Il Comitato promuoverebbe raccolta fondi, trasparenza, partecipazione e supporto operativo. La Diocesi garantirebbe coordinamento ecclesiale. Il FAI potrebbe diventare un alleato nella mobilitazione e nella valorizzazione.
Il bene, così, cesserebbe di essere un problema di competenza altrui diventando una responsabilità condivisa.
7_Il punto giuridico essenziale.
La chiesa di San Giovanni non può essere trattata come una proprietà senza storia. È un bene che impone una domanda di diritto pubblico e di diritto della cultura: quale uso è compatibile con la sua identità?
Non ogni destinazione è possibile. Non ogni trasferimento è neutro. Non ogni valorizzazione è vera valorizzazione. Valorizzare un bene culturale non significa cambiarne natura per renderlo economicamente più appetibile. Significa conservarlo, renderlo conoscibile, trasmetterlo, aprirlo alla comunità, impedire che il tempo e l’incuria lo consumino.
La tutela non è nostalgia. È amministrazione corretta del futuro.
8_San Giovanni riguarda la Città di Portogruaro.
La vicenda della chiesa di San Giovanni Evangelista non riguarda solo i fedeli. Riguarda la città. Riguarda chi crede e chi non crede. Riguarda chi passa per Borgo San Giovanni senza entrare, chi vi entra con curiosità per apprezzarne il pregio artistico osservando un affresco, e anche chi in quella chiesa ha pregato, ascoltato musica, accompagnato una processione, acceso una candela, formulato i voti nuziali, salutato una persona cara.
Ci sono luoghi che non appartengono soltanto al proprietario formale. Appartengono alla memoria collettiva.
Questo non elide il diritto di proprietà. Lo qualifica. Lo responsabilizza. Lo colloca dentro una rete di doveri.
9_Conclusione.
La chiesa di San Giovanni Evangelista deve essere salvata con metodo. Non con slogan. Non con appelli generici. Non con contrapposizioni sterili.
Occorre chiedere gli atti, verificare i vincoli, accertare i titoli, coinvolgere la Soprintendenza, mettere in sicurezza il tetto, proteggere gli affreschi, costruire una convenzione, raccogliere fondi in modo trasparente, restituire gradualmente il bene alla Città.
Portogruaro non può permettersi di perdere San Giovanni. Perdere una chiesa come San Giovanni non significa soltanto chiudere un edificio. Significa accettare che un pezzo di storia diventi silenzio.
E una comunità che lascia ammutolire i propri luoghi più antichi e più cari finisce, prima o poi, per non dialogare più nemmeno sé stessa.
Salvaguardare la città e i suoi preziosi tesori è l’atto con il quale la comunità si riconosce, guardando al futuro nella consapevolezza del valore inestimabile del proprio passato.
La salvaguardia di San Giovanni Evangelista di Portogruaro. Un’occasione di ri-conoscimento per la Città.
Gianluca Liut
Comitato cittadino per la salvaguardia di San Giovanni Evangelista di Portogruaro
01.06.2026
(ph. Comune di Portogruaro)



